Il portafoglio digitale che potrebbe contenere la nostra vita

IT-Wallet e identità digitale

All’inizio sembrava tutto molto semplice. Invece di portarsi dietro patente, tessera sanitaria e altri documenti, sarebbe bastato inserirli nello smartphone. Un portafoglio digitale, appunto: più comodo di quello di pelle, difficile da dimenticare a casa e capace di presentarci rapidamente quando occorre dimostrare chi siamo.

Ma l’evoluzione in corso racconta qualcosa di molto più importante.

Il 23 settembre 2026 BANCOMAT è entrato nella sperimentazione di IT-Wallet insieme al Centro Studi dell’Associazione Prestatori Servizi di Pagamento. L’obiettivo dichiarato è sperimentare applicazioni dell’identità digitale e degli attestati elettronici anche nell’ecosistema dei pagamenti.

Nel frattempo l’Europa procede verso EUDI Wallet, il portafoglio europeo di identità digitale, mentre l’identificazione elettronica entra anche nell’accesso transfrontaliero ai dati sanitari attraverso MyHealth@EU.

Insomma, non stiamo più parlando semplicemente della patente trasferita dalla plastica allo schermo di un telefono.

Stiamo parlando di una infrastruttura attraverso la quale dimostrare chi siamo e ottenere accesso a un numero crescente di servizi.

Dalla tessera alla chiave

La differenza sembra sottile, ma è enorme.

Una patente tradizionale è un oggetto. La possediamo, la tiriamo fuori dal portafoglio e la mostriamo. Una tessera sanitaria è un altro oggetto. Una carta bancaria un altro ancora. Ciascuno appartiene a un sistema differente e il malfunzionamento dell’uno non comporta necessariamente quello degli altri.

Il mondo digitale cambia progressivamente questo paradigma.

La vera rivoluzione non consiste nel mettere la patente dentro lo smartphone. Consiste nel passare da un documento che possediamo a una credenziale che un’infrastruttura deve riconoscere.

È un po’ quello che sta già succedendo con le automobili. Per decenni abbiamo infilato una chiave nella serratura e poi nel quadro. Oggi sempre più vetture utilizzano telecomandi, badge e sistemi keyless che riconoscono automaticamente il proprietario.

È tremendamente comodo. Ma la serratura meccanica e il sistema elettronico non presentano gli stessi problemi. Alla seconda soluzione si aggiungono software, sensori, comunicazioni radio, centraline e sistemi di autenticazione. Aumentano le possibilità, ma cambiano anche i rischi e i possibili punti di guasto.

Una sola chiave per tante porte

Ed è qui che nasce il problema principale.

Tante chiavi sono scomode. Una sola chiave è comodissima. Fino al giorno in cui quella chiave non funziona.

Immaginiamo, estremizzando volutamente, un futuro nel quale attraverso la medesima identità digitale possiamo dimostrare chi siamo, utilizzare servizi bancari, autorizzare determinate operazioni, accedere alla pubblica amministrazione, viaggiare e recuperare informazioni sanitarie.

Non significa che tutti questi dati finiscano necessariamente dentro un gigantesco archivio centrale. È importante chiarirlo. L’architettura europea prevede strumenti di minimizzazione dei dati e di selective disclosure: in parole semplici, dovremmo poter dimostrare soltanto l’informazione necessaria senza consegnare ogni volta tutto ciò che ci riguarda.

Il problema è un altro.

Più servizi utilizzano una medesima infrastruttura di identificazione e autenticazione, più quell’infrastruttura diventa critica per la vita quotidiana.

Che cosa succede se lo smartphone si rompe? Se viene rubato? Se un aggiornamento software non funziona? Se un servizio è temporaneamente indisponibile? Se l’identità digitale viene bloccata per errore? Quanto rapidamente possiamo recuperarla? E, soprattutto, quali alternative rimangono disponibili?

In informatica esiste un’espressione molto efficace: single point of failure. È il punto dal cui malfunzionamento può dipendere il blocco dell’intero sistema.

Tradotto nella vita di tutti i giorni: tante porte e tante vie d’uscita garantiscono alternative. Una sola porta, quando rimane bloccata, può significare nessuna via d’uscita.

Volontario. Ma fino a quando?

Le istituzioni europee presentano il wallet come uno strumento posto sotto il controllo dell’utente e il quadro attuale non consente di sostenere che il cittadino sarà costretto ad abbandonare domani mattina documenti e sistemi alternativi.

Ma esiste una differenza fondamentale fra obbligo giuridico e necessità pratica.

Un servizio può rimanere volontario sulla carta e diventare progressivamente indispensabile nella realtà.

Se utilizzare il wallet significasse entrare immediatamente in banca mentre l’alternativa richiedesse procedure più lunghe; se permettesse di accedere in pochi secondi a un servizio pubblico mentre senza di esso occorressero appuntamenti, moduli e attese; se imprese e amministrazioni fossero progressivamente incentivate a preferirlo perché più economico e semplice, quanti cittadini continuerebbero davvero a poter scegliere?

La domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto: “Saremo obbligati a utilizzarlo?”

Dovrebbe essere anche: “Potremo permetterci di non utilizzarlo?”

La questione più scomoda: il controllo

Rimane infine l’elefante nella stanza.

Un’infrastruttura capace di autenticare un numero crescente di attività della nostra vita possiede inevitabilmente una potenzialità che merita attenzione: quella del controllo.

Questo non significa affermare che IT-Wallet o EUDI Wallet siano stati progettati per controllare i cittadini. Non abbiamo elementi per sostenerlo e sarebbe scorretto presentare un sospetto come un fatto.

Ma sarebbe altrettanto ingenuo valutare un’infrastruttura soltanto sulla base delle intenzioni dichiarate da chi la realizza oggi.

Un sistema destinato a durare decenni attraverserà governi differenti, crisi, emergenze, cambiamenti legislativi e trasformazioni tecnologiche che oggi non possiamo prevedere.

La domanda giusta allora diventa un’altra: non soltanto che cosa permetterà di fare ai cittadini, ma che cosa potrebbe permettere di fare sui cittadini.

Chi potrà conoscere quali servizi abbiamo utilizzato? Quali tracce tecniche verranno prodotte? Quanto sarà realmente possibile correlare attività differenti? Chi controllerà coloro che gestiscono l’infrastruttura? E soprattutto: sarà tecnicamente impossibile utilizzare quella concentrazione di funzioni per profilare, discriminare o impedire l’accesso, oppure ci verrà semplicemente promesso che nessuno lo farà?

La differenza è enorme.

Non basta fidarsi dei buoni

Una tecnologia destinata a diventare infrastruttura della società dovrebbe essere costruita pensando non soltanto alle persone migliori che potrebbero amministrarla, ma anche alle peggiori.

Le finalità dichiarate sono difficili da contestare: semplificazione, sicurezza, interoperabilità, riduzione delle frodi e maggiore controllo del cittadino sui propri dati.

Benissimo.

Ma proprio perché la posta in gioco è enorme occorrono contrappesi altrettanto forti: sistemi realmente alternativi, possibilità di recupero rapido, separazione delle informazioni, minimizzazione dei dati, controlli indipendenti e soprattutto l’impossibilità che un unico problema tecnico o amministrativo possa trasformare una persona in un escluso digitale.

Perché il vero diritto da difendere potrebbe diventare presto qualcosa che oggi diamo per scontato: continuare a poter vivere, pagare, identificarci e accedere ai servizi essenziali anche quando la porta digitale non si apre.

Il progresso non si ferma e probabilmente non avrebbe nemmeno senso provare a fermarlo. Ma progresso non significa concentrare tutto in un’unica chiave e poi limitarsi a sperare che quella chiave rimanga sempre nelle mani giuste.

Di buone intenzioni, del resto, sono lastricate le vie dell’inferno.

E quando in gioco ci sono identità, denaro, salute e accesso alla vita sociale, la fiducia non può sostituire le garanzie.

Ecco come Luca Romano smonta la narrazione anti nucleare di Bonelli e soci

Centrale nucleare di ultima generazione

Nei giorni scorsi abbiamo dato la notizia della vittoria in tribunale dell’Ing. Luca Romano, divulgatore scientifico pro-nucleare, querelato ddal leader AVS Angelo Bonelli, dopo che lo scienziato ha definito come “imbecilli e irresponsabili” tutti coloro che continuano ad opporsi alla costruzione di centrali atomiche.

Per approfondire la notizia, riteniamo opportuno riportare l’intervista rilasciata tempo fa dal Romano a Pulp Podcast in cui smonta in modo scientifico e sistematico tutte le credenze propinate dallo stesso Bonelli, e dagli anti nuclearisti in genere, alla base di decisioni scellerate, per cui ora ci troviamo ad acquistare energia nucleare dall’estero, ida nazioni confinanti, mentre spendiamo miliardi per smantellare ciò che poteva funzionare.

Buona lettura!

L’Intervista

  • D: La tesi di Bonelli è che le rinnovabili siano sufficienti per coprire il fabbisogno energetico italiano. Dal punto di vista tecnico, è condivisibile e realistica?

R: – “No, non è una tesi condivisibile né realistica, soprattutto se applicata all’Italia. Esistono paesi che viaggiano con praticamente il 100% di energia rinnovabile, ma sono tutti paesi che fanno almeno il 70% con fonti rinnovabili stabili, quali idroelettrico e geotermico. Altri paesi hanno situazioni favorevoli, ma non arrivano al 100%, come la Danimarca o il Portogallo. In Italia, dove abbiamo un Paese molto grande con una domanda industriale molto elevata, abbiamo poco vento perché le Alpi bloccano le correnti continentali, siamo un Paese montuoso e il sole ce l’abbiamo soprattutto al sud con l’industria soprattutto al nord. Lo scenario 100% rinnovabile è del tutto irrealistico.”

  • D: Quindi la soluzione quale sarebbe? Quella che propone Boldrin, quindi del mix?

R: – “Sì, certo. Un mix equilibrato tra rinnovabili e nucleare, dove poi le specifiche percentuali di ciascuna fonte vanno viste in base a quello che è l’andamento della domanda giornaliera e stagionale e la sua evoluzione nei prossimi decenni, con l’elettrificazione della mobilità elettrica, dei riscaldamenti, la costruzione di data center e cose del genere.”

  • D: Bonelli afferma che il problema del nucleare è che non stabilizza la rete, perché non è modulabile e non può intervenire sugli sbalzi. Può spiegare prima di tutto cosa significa tecnicamente e se è vero?

R: – “Qua Bonelli fa un errore, devo dire, abbastanza grossolano, nel senso che confonde la modulazione di potenza con la stabilizzazione. La modulazione di potenza ha a che fare con la potenza di produzione di un determinato impianto e serve a seguire il carico: ci sono dei momenti in cui la domanda di energia è più bassa, altri in cui è più alta; ci sono dei momenti in cui magari le fonti rinnovabili producono di più e allora io voglio diminuire l’output di un reattore nucleare o di una centrale a gas per fare spazio alle fonti rinnovabili, poi quando il sole tramonta voglio risalire con la potenza. Questa è la modulazione, e il nucleare lo fa benissimo, come ho dimostrato anche nel mio reel su Instagram mostrando i reattori francesi e le loro rampe. Poi che non sempre sia la scelta più conveniente farlo, questo è un altro discorso: se una centrale nucleare e una a gas sono entrambe disponibili, è più conveniente modulare quella a gas, ma non perché quella nucleare non possa farlo.

Questa cosa non c’entra assolutamente nulla con la capacità di un impianto di assorbire gli sbalzi della rete, che sono sbalzi che si verificano in frequenza o in tensione. Noi abbiamo un sistema che viaggia su corrente alternata: questo significa che la differenza di potenziale oscilla tra un minimo e un massimo e il numero di oscillazioni è fisso a 50 Hz, 50 oscillazioni al secondo. Anche l’ampiezza delle oscillazioni è fissa — la corrente è a 220 volt, lo sappiamo tutti. Gli sbalzi possono essere sbalzi di frequenza, quindi oscillazioni troppo rapide o troppo lente, oppure sbalzi di tensione, per cui invece di essere tra +330 e -330 (che producono quel valore efficace di 220), salgono troppo o troppo poco.

Questi sbalzi non hanno nulla a che vedere con la potenza. Il nucleare è in grado di fornire resilienza alla rete più di altre fonti perché per intervenire su questi sbalzi servono dei sistemi di compensazione, che hanno bisogno di tempo per intervenire, anche solo pochi secondi. La fonte nucleare, così come le fonti convenzionali, fornisce al sistema quella che si chiama inerzia: avendo una turbina che ruota, quando c’è una disruption la turbina non si ferma immediatamente, continua a ruotare per inerzia, proprio come un volano. Questa inerzia è quella che dà il tempo ai sistemi di stabilizzazione di intervenire.

Le centrali nucleari, avendo potenze normalmente molto grandi, sono quelle che forniscono maggiore inerzia. Quindi aiutano eccome a stabilizzare la rete, tanto che il blackout spagnolo non ha contagiato la Francia: c’è stata una reazione a catena di impianti che si staccavano, ma si è fermata in Francia, proprio perché lì gli impianti hanno assorbito l’onda e sono intervenuti i sistemi di compensazione bloccando il blackout. Ma questa cosa non ha nulla a che vedere con la modulazione di potenza: sono due concetti completamente diversi.”

  • D: Lui cita poi dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia secondo cui il nucleare costerebbe 140 euro a megawattora, contro i 30-40 delle rinnovabili — un differenziale di circa 100 euro. Questi dati sono corretti e come vanno interpretati?

R: – “Innanzitutto i dati andrebbero interpretati alla luce delle assunzioni. L’Agenzia Internazionale dell’Energia fa diverse casistiche e in questo caso Bonelli sta prendendo dei dati che assumono per le fonti rinnovabili un costo del capitale del 4% e per il nucleare del 9%, quindi più del doppio. È chiaro che se non c’è parità di accesso al credito e alle condizioni finanziarie, i costi divergono.

La metrica in esame è quella che si chiama LCOE, Levelized Cost of Electricity, che tiene in considerazione solo il costo di generazione. Solo che nel caso del nucleare il costo di generazione è già tutto incluso: una volta che il nucleare immette l’energia in rete, l’ha immessa. Nel caso delle rinnovabili no, perché bisogna includere anche dei sistemi di backup quando il sole tramonta o il vento smette di soffiare, dei sistemi di compensazione — poiché le rinnovabili non hanno macchine sincrone, bisogna aggiungere quella che si chiama inerzia sintetica, con condensatori sincroni, volani, grid-forming inverter, tutta roba che ha un costo. C’è poi un tema di trasporto dell’energia: la centrale nucleare la costruisco dove già ho un impianto, magari a gas, sostituisco l’uno con l’altro e ho già la rete. Nel caso delle rinnovabili, siccome si passa da una generazione centralizzata a una diffusa, bisogna costruire molte più reti, e anche la rete ha un costo.

Quindi nel caso del confronto tra rinnovabili e nucleare, è come paragonare una bicicletta e un aeroplano dicendo che la bicicletta costa molto meno al chilometro. Certo che costa meno, ma se vuoi andare a Tokyo in bicicletta dovrai considerare anche una serie di costi aggiuntivi: mangiare, dormire, prendere un traghetto, eccetera. È lo stesso paragone: certo che la centrale nucleare genera energia a un costo più elevato alla produzione, ma non richiede tutta una serie di costi aggiuntivi. Tanto è vero che se si vanno a guardare le bollette, i costi finali dell’elettricità nei paesi che hanno rinunciato al nucleare per investire solo sulle rinnovabili — come l’Italia, la Germania e la Danimarca — questi sono tra i più alti d’Europa.”

  • D: Bonelli lancia una provocazione precisa: chi sostiene il nucleare non risponde mai sulla questione dei costi, e questo significa che l’energia costerebbe molto di più di quanto paghiamo oggi. La risposta è in quello che abbiamo detto ora giusto? E a proposito di costi, cita anche il caso Flamanville: doveva costare 3 miliardi di euro ed è arrivata a costarne oltre 18, con ritardi di oltre quindici anni.

R: – “Sì. Tra l’altro Bonelli dice anche l’Agenzia Internazionale prevede per le rinnovabili costi tra le 30 e 40 megawattora, non si capisce perché allora non paghiamo le rinnovabili 30 o 40 megawattora ma le aste italiane le abbiamo chiuse a 70… A parte questo dettaglio, la centrale di Flamanville è costata tanto — meno di quello che dice Bonelli, ma comunque tanto — per via del fatto che durante la costruzione, già avviata, hanno cambiato almeno due volte le regole, costringendo a rifare delle parti della centrale. Questo perché durante la costruzione è avvenuto l’incidente di Fukushima, c’è stato il panico generale e hanno deciso di applicare norme più severe. Il che non aveva senso, perché la centrale era già sicura prima e non hanno aggiunto realmente nessuna sicurezza, ma tanto è bastato per far lievitare i costi. È chiaro che poi la centrale di Flamanville è stata un progetto one-off: l’hanno costruita 10 anni dopo aver finito l’ultimo reattore nucleare precedente in Francia — l’ultimo era del 1995, Flamanville è iniziata nel 2005 — quindi per 10 anni non avevano avuto cantieri attivi e per 17 anni non avevano avviato un nuovo cantiere. Era inoltre il primo reattore di una nuova tipologia, l’EPR, e hanno dovuto reimparare tutta una serie di competenze che nel frattempo erano andate perse.

C’è un altro esempio interessante. Un’altra centrale andata molto fuori dai tempi e dai costi è stata Vogtle, negli Stati Uniti in Georgia: due reattori AP1000 che hanno impiegato 10-11 anni, con costi lievitati enormemente, al punto che l’azienda ha dovuto persino cambiare proprietà. La stessa tipologia di reattore è stata però esportata dagli americani in Cina. Il primo AP1000 in Cina ha impiegato nove anni per essere costruito, un tempo analogo a quello americano. La differenza è stata che la Cina, dopo il primo, ha continuato a costruirne. Ha acquisito la licenza del modello — che ora si chiama CAP1000, il Chinese AP1000 — e ha iniziato a costruirli in serie. Adesso quello stesso identico reattore che era andato fuori tempi e fuori budget negli Stati Uniti, in Cina lo costruiscono in 4 anni e mezzo a 3 miliardi e mezzo ciascuno.”

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  • D: Praticamente è un gioco retorico: cita un esempio negativo, in cui tra l’altro ci sono stati problemi burocratici e legislativi, per delegittimare tutto il nucleare.
  • R: – “Si, ma non solo burocratici e legislativi, anche sacrosanti problemi industriali, che derivano dal fatto che la prima volta che fai una cosa devi ancora imparare a farla. Quando costruisci un reattore di un nuovo modello, è normale che il primo vada fuori budget. Poi impari dai tuoi errori, ottimizzi tutti i processi di costruzione e quelli successivi migliorano sempre di più. Già solo guardando un’altra centrale costosissima, Hinkley Point C in Inghilterra — anche lì andata fuori costo per via di idiozie regolatorie — tra il primo e il secondo reattore della stessa centrale c’è una differenza di meno 30%, perché il secondo impara dagli errori del primo. Se noi continuiamo a non fare le cose, e quando le facciamo ne facciamo una tanto per continueremo ad avere questo problema. Se invece si fanno in maniera seria e seriale — tante, una in fila all’altra — i costi crollano”.

    • D: L’ultimo tema portato in evidenza dalla puntata è quello dell’uranio: si dice che per approvvigionarsi di uranio dovremmo rivolgerci al Kazakistan, vicino alla Russia, riproducendo una dipendenza analoga a quella che abbiamo con il gas. È una critica fondata? Quali sono i principali paesi esportatori di uranio nel mondo?

    R: – “Ci sono diverse imprecisioni. Il primo produttore mondiale è il Kazakistan, che è nell’orbita sovietica, ma il secondo e il terzo sono l’Australia e il Canada, che sono democrazie. Non si capisce perché dovremmo rivolgerci al primo produttore, un paese non ostile ma non allineato all’Occidente, quando possiamo rivolgerci al secondo e al terzo. Tra l’altro, una delle aziende che estrae uranio in Canada è canadese, la seconda è francese.

    Un’altra cosa molto rilevante è che la dipendenza da uranio non è la stessa cosa della dipendenza da gas. Quando produco un kilowattora in una centrale a gas, il costo di quel kilowattora è determinato per l’85% dal costo del gas stesso. Quando produco un kilowattora di energia nucleare, il costo dell’uranio incide per il 2%. Quindi se si verifica uno scossone sui mercati come quello del gas nel 2022, nel caso dell’uranio questo non produce effetti sulla bolletta dei consumatori: dal 2% si passa al 3%, la bolletta aumenta dell’1% — è impercettibile. Questo è un elemento importante, perché ti consente di dire: se mi viene meno un fornitore ne trovo un altro, pago la materia prima al doppio, ma la gestisco facilmente.

    Altro tema: di uranio ne serve poco anche dal punto di vista volumetrico. Un reattore richiede 25 tonnellate all’anno per alimentare il consumo di un milione e mezzo di persone. 25 tonnellate di uranio è circa un metro cubo. Questo significa che posso stoccare i prossimi 10 anni di fabbisogno energetico della mia nazione in un singolo capannone industriale, mettendomi così al sicuro per anni in caso di problemi di approvvigionamento.”

    • D: E per quanto riguarda gli impianti di arricchimento?

    R: – “È vero che la Russia è oggi il primo fornitore di servizi di arricchimento al mondo, ma non è assolutamente l’unico. In particolare, l’Europa occidentale fa arricchire l’uranio in Francia: l’impianto di arricchimento francese, a Tricastin, ha espanso dal 2022 del 40% la sua capacità proprio perché diversi paesi che prima si facevano arricchire l’uranio in Russia — tra cui la stessa Ucraina e la Bulgaria — sono passati ai francesi. Ci sono ancora alcuni paesi europei con una dipendenza dalla Russia, come la Repubblica Ceca, la Slovacchia e l’Ungheria, ma sono sempre di meno.

    Soprattutto, se un paese si avvia a costruire la propria centrale nucleare non c’è scritto da nessuna parte che debba rivolgersi ai russi, a meno che non gli stiano simpatici proprio i russi. Una centrale nucleare richiede anni per essere costruita, quindi hai tutto il tempo per stipulare contratti di fornitura: dici ai francesi che tra cinque anni avrai una centrale nucleare, firmi dei contratti, loro espandono la loro capacità di arricchimento per includerti, e la questione è chiusa. E se non si vuole fare con i francesi, ci sono anche gli americani con i loro impianti di arricchimento, e un impianto in Olanda. Esistono anche reattori che funzionano con uranio non arricchito — sono di fabbricazione canadese, li usa anche la Romania — anche se meno ottimali su altri parametri. Quindi ci sono moltissime soluzioni. Tirare fuori questa cosa è totalmente strumentale.”

    • D: Nel caso in cui l’Italia volesse decidere di tornare a investire sul nucleare, quale sarebbe l’eventuale processo? Quante centrali servirebbero? Quali sarebbero i costi?

    R: – “Dipende dal progetto che fanno i politici. Idealmente l’Italia oggi avrebbe bisogno di una ventina di gigawatt di nucleare, che produrrebbero circa 180 terawattora all’anno: sufficienti a sostituire i combustibili fossili e l’energia elettrica di importazione. Una ventina di gigawatt si possono ottenere con 15 reattori EPR, 16 reattori APR, 20 reattori AP1000, 60 reattori SMR del modello Hitachi oppure 40 SMR del modello Rolls-Royce. Ci sono un sacco di scelte possibili, bisogna vedere cosa sceglie il governo. Secondo me la cosa ideale è un mix di reattori grandi al nord e più piccoli al sud e nelle isole, per via di come è distribuito il consumo in Italia.

    Sul quanto costerebbe dipende dalle condizioni di finanziamento che si ottengono. Oggi sarebbe molto importante iniziare a guardare non più alle banche, ma ai capitali assicurativi e ai fondi pensionistici per il finanziamento di questi progetti, perché come modello di business sono molto più simili: hanno tempi di ritorno più lunghi rispetto a quelli di una banca. Detto questo, il costo di 20 gigawatt nucleari in Italia potrebbe aggirarsi attorno ai 150-200 miliardi di euro, da diluire in vent’anni e da non mettere interamente a carico del pubblico. Si può scegliere una forma totalmente pubblica, come sta facendo la Repubblica Ceca; una totalmente privata, come ha fatto l’Inghilterra per Hinkley Point C; oppure un modello misto, come ha fatto l’Inghilterra per Sizewell C — che secondo me è l’opzione
    preferibile.

    Mentre per quanto riguarda i tempi?
    Direi che ci vorrebbero circa 5 anni per far partire il primo cantiere, tra progettazione, permessi, valutazioni di impatto ambientale e quant’altro, e poi 10 anni di lavori: quindi 15 anni per il primo reattore. Da lì, però, non si aspetta di finire il primo per partire con il secondo: nel giro di 5-6 anni, forse anche 10, entrerebbero in funzione tutti uno in fila all’altro. Per cui nel giro di 20-25 anni avresti 20 gigawatt operativi e un’Italia indipendente e decarbonizzata.”

    Intervista tratta dal sito: mowmag.com

    L’ennesima balla green.

    Mappa di un noto fornitore di servizi cloud: l'ennesima balla green

    Transizione ecologica e transizione digitale: parole d’ordine diventate programma politico. Una sembra dipendere dall’altra; in pratica due facce della stessa medaglia.

    La CO2 è il grande nemico, da combattere, da abbattere, a tappe forzate. Il crono-programma è chiaro e ben definito; scopo? Centrare l’obiettivo entro il 2050, ad ogni costo e con qualsiasi mezzo, con tanto di propaganda organizzata.

    Ecco due obiettivi cardine dell’Agenda 2030, il nuovo Vangelo delle genti moderne, un combinato disposto per fare del nostro pianeta un Paradiso Terrestre. In tutto questo tecnologia e connettività giocano un ruolo primario: studio, lavoro, svago e perfino spostamenti passeranno dalla rete. È immateriale la rete! Quindi? Non inquina. E invece…

    Invece parliamo di una struttura composta da computer, data center, sistemi di raffreddamento. Per funzionare richiedono energia, materie prime e acqua: tanta acqua e, udite udite, producono CO2.

    I data center, attivi H24, hanno bisogno di quantità ingenti di energia. In pratica: mentre la propaganda spiega al cittadino la necessità inderogabile di centellinare ogni grammo d’energia, in nome del progresso e della transizione green se ne bruciano quantità elevatissime. Non basta: mentre da un lato ogni istituzione pone l’accento in modo drammatico sulla scarsità sempre più stringente d’acqua, queste strutture ne assorbono quantità insospettabili. Uno studio eseguito da Geopop e IsoliQ8 stima che ogni interazione con l’intelligenza artificiale richieda mezzo litro d’acqua; due litri e mezzo quando si genera un’immagine. In pratica: una singola immagine richiede il fabbisogno giornaliero di una persona. E parliamo di smart working, telelavoro e trasporti gestiti dalla rete come risposta all’inquinamento. Ci chiediamo con quale acqua quando l’intero progetto sarà a regime.

    Tralasciando l’impiego di materie prime, anche per la produzione delle famigerate batterie al litio, il capolavoro arriva prendendo in considerazione l’emissione di CO2: la grande nemica.

    Sempre Geopop e IsoliQ8 ci spiegano che, dati 2025, la rete produce il quattro per cento della CO2 mondiale. In pratica il web sarebbe la quarta nazione produttrice al mondo dopo Cina e India. Un piccolo filmato in streaming ne emette tanta quanta un breve spostamento su un’utilitaria. In pratica: il piccolo Luigino che invita il nonno a non prendere la sua vecchia automobile per recarsi a giocare a bocce con gli amici, guardando il filmato con cui rieduca l’anziano, rilascia la stessa quantità di veleno per il mondo. Chapeau! E non è finita: le previsioni parlano di valori che saliranno fino al venti per cento! Riassumendo: a noi chiedono di lasciare l’auto in garage per chiuderci in casa dietro un maxischermo, “contentandoci” di esperienze virtuali, rinunciando ad ogni forma di socialità, senza risolvere il problema. Geniale!

    E, a proposito di trasporti, qualcuno ha una vaga idea di cosa comporterà in termini d’inquinamento il tanto decantato sistema a guida autonoma, con veicoli condivisi e interfacciati tra loro, gestiti completamente da remoto?

    Attenzione: non vogliamo assolutamente demonizzare la rete, tra l’altro la casa che ci ospita. Si tratta, però, di cercare di smontare l’assunto per cui un mondo perennemente connesso diventerà più sostenibile. L’inquinamento e la paura degli effetti del riscaldamento climatico – tutto da dimostrare che dipenda da fattori antropici – non possono diventare la leva per un nuovo ordine mondiale che finirà con isolare fisicamente le persone, rendendole deboli in tutti i sensi.