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Il portafoglio digitale che potrebbe contenere la nostra vita

Patente, documenti, banca, pagamenti e perfino informazioni sanitarie stanno entrando nell'ecosistema dell'identità digitale. Una rivoluzione comoda, veloce e apparentemente inarrestabile. Ma quando tante porte finiscono per utilizzare la stessa chiave, bisogna cominciare a domandarsi che cosa accade quando quella chiave non funziona. O quando qualcuno, un giorno, decidesse di non farla funzionare.

All’inizio sembrava tutto molto semplice. Invece di portarsi dietro patente, tessera sanitaria e altri documenti, sarebbe bastato inserirli nello smartphone. Un portafoglio digitale, appunto: più comodo di quello di pelle, difficile da dimenticare a casa e capace di presentarci rapidamente quando occorre dimostrare chi siamo.

Ma l’evoluzione in corso racconta qualcosa di molto più importante.

Il 23 settembre 2026 BANCOMAT è entrato nella sperimentazione di IT-Wallet insieme al Centro Studi dell’Associazione Prestatori Servizi di Pagamento. L’obiettivo dichiarato è sperimentare applicazioni dell’identità digitale e degli attestati elettronici anche nell’ecosistema dei pagamenti.

Nel frattempo l’Europa procede verso EUDI Wallet, il portafoglio europeo di identità digitale, mentre l’identificazione elettronica entra anche nell’accesso transfrontaliero ai dati sanitari attraverso MyHealth@EU.

Insomma, non stiamo più parlando semplicemente della patente trasferita dalla plastica allo schermo di un telefono.

Stiamo parlando di una infrastruttura attraverso la quale dimostrare chi siamo e ottenere accesso a un numero crescente di servizi.

Dalla tessera alla chiave

La differenza sembra sottile, ma è enorme.

Una patente tradizionale è un oggetto. La possediamo, la tiriamo fuori dal portafoglio e la mostriamo. Una tessera sanitaria è un altro oggetto. Una carta bancaria un altro ancora. Ciascuno appartiene a un sistema differente e il malfunzionamento dell’uno non comporta necessariamente quello degli altri.

Il mondo digitale cambia progressivamente questo paradigma.

La vera rivoluzione non consiste nel mettere la patente dentro lo smartphone. Consiste nel passare da un documento che possediamo a una credenziale che un’infrastruttura deve riconoscere.

È un po’ quello che sta già succedendo con le automobili. Per decenni abbiamo infilato una chiave nella serratura e poi nel quadro. Oggi sempre più vetture utilizzano telecomandi, badge e sistemi keyless che riconoscono automaticamente il proprietario.

È tremendamente comodo. Ma la serratura meccanica e il sistema elettronico non presentano gli stessi problemi. Alla seconda soluzione si aggiungono software, sensori, comunicazioni radio, centraline e sistemi di autenticazione. Aumentano le possibilità, ma cambiano anche i rischi e i possibili punti di guasto.

Una sola chiave per tante porte

Ed è qui che nasce il problema principale.

Tante chiavi sono scomode. Una sola chiave è comodissima. Fino al giorno in cui quella chiave non funziona.

Immaginiamo, estremizzando volutamente, un futuro nel quale attraverso la medesima identità digitale possiamo dimostrare chi siamo, utilizzare servizi bancari, autorizzare determinate operazioni, accedere alla pubblica amministrazione, viaggiare e recuperare informazioni sanitarie.

Non significa che tutti questi dati finiscano necessariamente dentro un gigantesco archivio centrale. È importante chiarirlo. L’architettura europea prevede strumenti di minimizzazione dei dati e di selective disclosure: in parole semplici, dovremmo poter dimostrare soltanto l’informazione necessaria senza consegnare ogni volta tutto ciò che ci riguarda.

Il problema è un altro.

Più servizi utilizzano una medesima infrastruttura di identificazione e autenticazione, più quell’infrastruttura diventa critica per la vita quotidiana.

Che cosa succede se lo smartphone si rompe? Se viene rubato? Se un aggiornamento software non funziona? Se un servizio è temporaneamente indisponibile? Se l’identità digitale viene bloccata per errore? Quanto rapidamente possiamo recuperarla? E, soprattutto, quali alternative rimangono disponibili?

In informatica esiste un’espressione molto efficace: single point of failure. È il punto dal cui malfunzionamento può dipendere il blocco dell’intero sistema.

Tradotto nella vita di tutti i giorni: tante porte e tante vie d’uscita garantiscono alternative. Una sola porta, quando rimane bloccata, può significare nessuna via d’uscita.

Volontario. Ma fino a quando?

Le istituzioni europee presentano il wallet come uno strumento posto sotto il controllo dell’utente e il quadro attuale non consente di sostenere che il cittadino sarà costretto ad abbandonare domani mattina documenti e sistemi alternativi.

Ma esiste una differenza fondamentale fra obbligo giuridico e necessità pratica.

Un servizio può rimanere volontario sulla carta e diventare progressivamente indispensabile nella realtà.

Se utilizzare il wallet significasse entrare immediatamente in banca mentre l’alternativa richiedesse procedure più lunghe; se permettesse di accedere in pochi secondi a un servizio pubblico mentre senza di esso occorressero appuntamenti, moduli e attese; se imprese e amministrazioni fossero progressivamente incentivate a preferirlo perché più economico e semplice, quanti cittadini continuerebbero davvero a poter scegliere?

La domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto: “Saremo obbligati a utilizzarlo?”

Dovrebbe essere anche: “Potremo permetterci di non utilizzarlo?”

La questione più scomoda: il controllo

Rimane infine l’elefante nella stanza.

Un’infrastruttura capace di autenticare un numero crescente di attività della nostra vita possiede inevitabilmente una potenzialità che merita attenzione: quella del controllo.

Questo non significa affermare che IT-Wallet o EUDI Wallet siano stati progettati per controllare i cittadini. Non abbiamo elementi per sostenerlo e sarebbe scorretto presentare un sospetto come un fatto.

Ma sarebbe altrettanto ingenuo valutare un’infrastruttura soltanto sulla base delle intenzioni dichiarate da chi la realizza oggi.

Un sistema destinato a durare decenni attraverserà governi differenti, crisi, emergenze, cambiamenti legislativi e trasformazioni tecnologiche che oggi non possiamo prevedere.

La domanda giusta allora diventa un’altra: non soltanto che cosa permetterà di fare ai cittadini, ma che cosa potrebbe permettere di fare sui cittadini.

Chi potrà conoscere quali servizi abbiamo utilizzato? Quali tracce tecniche verranno prodotte? Quanto sarà realmente possibile correlare attività differenti? Chi controllerà coloro che gestiscono l’infrastruttura? E soprattutto: sarà tecnicamente impossibile utilizzare quella concentrazione di funzioni per profilare, discriminare o impedire l’accesso, oppure ci verrà semplicemente promesso che nessuno lo farà?

La differenza è enorme.

Non basta fidarsi dei buoni

Una tecnologia destinata a diventare infrastruttura della società dovrebbe essere costruita pensando non soltanto alle persone migliori che potrebbero amministrarla, ma anche alle peggiori.

Le finalità dichiarate sono difficili da contestare: semplificazione, sicurezza, interoperabilità, riduzione delle frodi e maggiore controllo del cittadino sui propri dati.

Benissimo.

Ma proprio perché la posta in gioco è enorme occorrono contrappesi altrettanto forti: sistemi realmente alternativi, possibilità di recupero rapido, separazione delle informazioni, minimizzazione dei dati, controlli indipendenti e soprattutto l’impossibilità che un unico problema tecnico o amministrativo possa trasformare una persona in un escluso digitale.

Perché il vero diritto da difendere potrebbe diventare presto qualcosa che oggi diamo per scontato: continuare a poter vivere, pagare, identificarci e accedere ai servizi essenziali anche quando la porta digitale non si apre.

Il progresso non si ferma e probabilmente non avrebbe nemmeno senso provare a fermarlo. Ma progresso non significa concentrare tutto in un’unica chiave e poi limitarsi a sperare che quella chiave rimanga sempre nelle mani giuste.

Di buone intenzioni, del resto, sono lastricate le vie dell’inferno.

E quando in gioco ci sono identità, denaro, salute e accesso alla vita sociale, la fiducia non può sostituire le garanzie.

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